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  • Immagine del redattoreSimo Cocco

Finché la montagna non si saturerà

Aggiornamento: 4 mag 2023


Vallone delle Cime Bianche
Salendo da Saint Jacques verso il Vallone delle Cime Bianche

Oggi stavo mangiando un trancio di merluzzo, il tipico pasto per accompagnare una chiacchiera sulla montagna. Quando mio padre ha sfilettato due concetti molto semplici, essenziali, ma illuminanti.

Si parlava di nuovi impianti da sci e di un discorso a cui ho assistito qualche giorno fa tra persone residenti in Valle d’Aosta. Stavo tornando dal Trofeo Mezzalama per il quale avevo appena lavorato come fotografo e in auto si parlava di Aprile e Maggio come mesi morti per le attività commerciali e turistiche in montagna. Con me viaggiavano alcuni rappresentanti del Soccorso Alpino e del Corpo forestale. Tutte persone con una certa età ed esperienza.

Le quali, quasi all’unanimità, hanno poi iniziato a discutere della costruzione del collegamento Cervinia – Monterosa nel vallone delle Cime Bianche ad Ayas come di un intervento legato allo “sviluppo”. Nelle loro parole mi è sembrato si enunciasse l’imprescindibilità di uno sviluppo delle aree montane legato a investimenti in grandi infrastrutture, per un turismo di grandi numeri, ma poco lento.


Quasi sempre, quando mi è capitato di assistere a discussioni su questo argomento, due posizioni nette si sono manifestate: da un lato nativi della Valle, favorevoli alla costruzione, dall’altro cittadini non residenti, contrari. Posizioni rigide, poco favorevoli a una flessione verso le tesi della controparte. Che portano molto spesso a discussioni e confronti poco costruttivi, chiusi in queste rigidità.

Personalmente, più che giudicare i nativi o appoggiare attivamente i non residenti, mi son sempre chiesto il perché, soprattutto della posizione dei primi.


Oggi le parole di mio padre hanno acceso una piccola scintilla nei miei pensieri.

Parafrasando: "Siamo stati noi ad averglielo insegnato. Ed ora che in città siamo saturi e ricerchiamo sempre di più uno stile di vita lento, rispettoso e a contatto con la natura, in montagna si continua a perseguire la strada dello sviluppo fondato su grandi infrastrutture, sullo sci e la forma di turismo che ne consegue. Finché anche la montagna non si saturerà, e allora forse si invertirà la rotta”

“Quando abbiamo iniziato ad andare in montagna in Val d’Ayas (ndr nel secondo dopoguerra) i padroni di casa ci affittavano le loro abitazioni e stanze, andando a dormire nel fienile con la loro famiglia. Siamo noi turisti che abbiamo iniziato a portare i soldi, il turismo. In poco tempo chi aveva terreni ha costruito, ha fatto altri soldi e ha reinvestito, poi è arrivato lo sci e il turismo che ancora oggi conosciamo con un imponente indotto. Per tutta la comunità è stato sì un motore di sviluppo, per uscire anche da condizioni di vita molto umili e difficili."


Non vorrei fare un’analisi economica o storica trattando l’argomento degli impianti da sci e di questo futuristico (ma futuribile?) impianto di collegamento in Val d’Ayas. Non ho competenze e conoscenze abbastanza approfondite.

Nella mia umile visione delle cose, penso che oggi lo sviluppo umano non possa dissociarsi dalla ricerca di un equilibrio e riavvicinamento con la natura, e soprattutto di un adattamento ai cambiamenti che essa ci sta imponendo. Adattamento che non significa prevaricare per affermare la nostra idea di progresso, ma forse a volte anche fare qualche passo indietro e cambiare comportamenti e abitudini per accettare le leggi della natura.

Non si potrà correre per sempre, io ho già deciso da tempo di fermarmi e camminare, come molte altre persone intorno. La maggior parte delle quali viene dalla città, e si sentono in effetti sature, stanche, alienate. In cerca di un equilibrio.


Spontanea però mi sorge un’altra riflessione, alla ricerca di una risposta ai perché posti sulla questione Cime Bianche dal punto di vista di chi è nato in Valle. Come già negli anni 60-70 e 80 noi donne e uomini di città abbiamo portato sulle montagne la richiesta di un turismo che soddisfacesse la nostra corsa allo sviluppo (non so con che diritto), oggi portiamo la richiesta di fare un passo indietro, invertire la rotta.

Mentre chi in montagna è nato e vive da sempre, vuole ancora correre. Molto probabilmente perchè non è ancora saturo, non ha ancora toccato con mano cosa significa cercare di fuggire dall’erosione e tensione dello sviluppo economico, dalla tecnologia a tutti i costi, dalla frenesia, da un lavoro che stressa. Ma vive lunghi mesi di scarsa occupazione, preoccupazione per impieghi stagionali o legati alle precarie condizioni ambientali. E ragionevolmente non pensa ancora a rimodellare un sistema, se quello in atto comunque permette una vita secondo standard a cui ci si è abituati.


Oggi ho cercato di capire, partendo dalle parole di mio padre, le posizioni di quelle esperte persone del corpo forestale e del soccorso alpino che pochi giorni fa su un pick up parlavano di nuovi impianti come di risorsa per il futuro. E continuerò a farlo, perchè per trovare delle soluzioni che davvero contribuiscano al nostro sviluppo come comunità che vive e frequenta le montagne è necessario costruire un dialogo tra le parti: e il dialogo si fonda sull’ascolto e sulla comprensione di chi ha posizioni diverse dalle nostre.



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