Quel filo di lana di lama a Potosì

March 29, 2018

La tappa di Potosì mi ha regalato due esperienze molto belle e intense: la visita alle miniere e quella alle comunità Quechua di Yuraj Caksa. La prima, seppur turistica, è stata intensa e dirompente. La seconda, fuori da qualsiasi rotta turistica, mi ha fatto vivere i tempi lenti e lontani di una comunità che vive ancora secondo antiche tradizioni.


Las minas del Cerro Rico di Potosì sono tra le più importanti in Bolivia: quando ho prenotato la visita nel mio ostello, mi immaginavo una classica escursione turistica. Ebbene, di escursione turistica si è trattato, ma noi eravamo solamente il contorno fighetto di una realtà molto dura che ogni giorno prende forma in quella miniera. Ho potuto vedere da vicino il lavoro dei minatori e vivere, in una millesima parte, alcune delle loro sensazioni e dei loro sforzi.


Dentro una montagna a 4600 metri, con poco ossigeno, la temperatura che sale più si scende, trainando carrelli da 2 tonnellate senza freni tra esplosioni di dinamite e vapori tossici che ne conseguono... queste sono le 8 ore di ufficio di chi lavora dentro questo luogo. Non c'è spazio per i pensieri e le preoccupazioni, anche un solo errore può costare la vita. Non c'è spazio nemmeno per Dio, come ci racconta la guida. Nei livelli più bassi si suda talmente tanto che gli stivali vengono bucati con un foro per far colare il sudore. L'unico aiuto efficace sono le trecento foglie di coca che ogni minatore tiene in bocca: corrispondono all'energia che ci potrebbero dare 12 banane. "Pensa a chi lavora in miniera". Da oggi saprò cosa vuol dire, con umiltà per averlo visto con i miei occhi.


Il giorno dopo questa visita, mi viene a prendere in ostello Oscar. Un boliviano dal sorriso rassicurante, simpatico e schietto. Saliamo su un minibus da 10 posti, 6 casse, una luce strobo e un quadro di una Madonna un pò strana, forse versione disco-boliviana. Ci dirigiamo a Molino, un pueblo sperso tra le splendide montagne colorate del dipartimento di Potosì. Insieme a Hernan e a Chipu, ho potuto conoscere e prendere parte attiva nella filiera produttiva del filo di lana di lama, che non è uno scioglilingua ma la materia prima con cui si producono i poncho.
Per prima cosa abbiamo lavato la lana di lama in acque termali con i nostri piedi: poi l' abbiamo fatta asciugare mentre abbiamo iniziato a lavorare la lana già asciutta con le apposite macchine, per depurarla e ottenerne un lavorato molto morbido, pronto a essere trasformato in filo di lana di lama; se lo ripetete tre volte di fila senza errori vi regalo un poncho.


La mattina seguente ci siamo diretti prima a visitare un allevamento di lama e poi nella piccola comunità di Yuraj Caksa dove ci attendevano una quindicina di signore Quechua, che sappiate non è solo la marca di uno zainetto da passeggio della domenica, ma è una cultura e un' identità che accomuna molte comunità boliviane, che trovano nell'agricoltura e nella lavorazione artigianale i loro mezzi di sostentamento. L' obiettivo della nostra visita era portare loro delle nuove macchine per creare il filo, modificate con un motorino elettrico per velocizzare il lavoro. Insomma, come se avessimo messo il marmittino al loro Zip e ora dai 60 km/h che potevano raggiungere, si passa ai 300. Grazie a questa innovazione, da un kg di filo di lama di lana (azz ho sbagliato) alla settimana, potranno passare a un kg al giorno, se non 2!


Mi ritengo davvero fortunato per aver potuto fotografare tutto ciò: credo di avere in mano il mio primo vero e proprio reportage fotografico: per questa opportunità ringrazio il Progettomondo mlal (https://www.progettomondomlal.org/) e l' associazione Artenativo e vi invito a conoscere queste realtà, se mai passerete dalla Bolivia.

 

Inoltre ho comprato davvero un poncho in filo di lana di lama. I miei 150 bolivianos, neanche 20 euro, han fatto splendere il viso della signora che lo ha prodotto. Noi spendiamo 20 euro da zara, mango, sticazz&co per abiti prodotti sfruttando la manodopera di qualche poveretto in Asia. Per una volta invece ho speso 20 euro per un prodotto lavorato a mano, con lunghe ore di fatica. Da domani invece di un poncho ce ne potranno essere in circolazione 5; fatevi sotto amici, ma assicuratevi di controllarne la provenienza. Se trovate Bolivia nell' etichetta, avrete la certezza di regalare un sorriso a una riservata ma dolce artigiana boliviana.

Quechua.


 

 

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