Il lago ai confini del cielo che sa di mare: Titicaca

April 17, 2018

 

La vista si perde sulla superficie blu delle acque calme per poi risalire lungo pendii innevati e aspri di ghiacciai che si ergono ai confini del lago. Dall’ altro lato in fondo a questa superficie che si colora come un mare posso scorgere il Perù, la prossima meta di questo viaggio. Mi trovo sull’ Isla del Sol, il lago è il Titicaca, posto al confine tra Bolivia e Perù. Titi significa puma, per la forma del lago simile alla testa di un puma, caca significa pietra, a indicare le montagne circostanti.

 

L’ atmosfera che si respira su questa isola come nelle altre in cui sono stato, Uros e Taquile, è unica. Il pensiero di trovarsi a 4000 metri in mezzo a comunità aymara che ancora vivono secondo le loro tradizioni rende tutto molto affascinante. E mi stronca appena faccio quattro gradini. I tempi della giornata sono scanditi dalla luce del giorno, l’alba arriva molto presto, prima delle sei, così già alle dieci di notte non si scorge più alcuna attività umana. Nessun happy hour, meglio tomar la cerveza al tramonto perché se aspetti dopo cena rimani a secco.

 

Uros è una comunità di 96 islas flotantes, isole galleggianti. Letteralmente son isole galleggianti costruite con la totora, una pianta acquatica endogena; a volte, per via delle condizioni climatiche avverse, finiscono al largo. Wilber, por favor, butta un paio di ancore in più che non si sa mai! Wilber è un omone simpatico e dal sorriso contagioso, che mostra fiero anche il sorriso verticale del lato b e che ci ha accolti sulla sua isola insieme alla sua famiglia; Delia la moglie simpatica e vispa e Milagros la figlia a cui piace cantare le canzoni in giapponese, tedesco, francese, italiano e aymara. in questo posto sembra di stare su un set cinematografico: cammini sulla superficie coperta di canne e ondeggi come su una barca, ma sei su un isola che è anche la casa e la vita di una famiglia.

 

Per quanto Uros sia una meta turistica, la vita che le persone qui conducono è ancora autentica: la pesca, la raccolta delle totoras e la costruzione delle case e delle imbarcazioni sono pratiche che si tramandano da generazioni se non da millenni. Sono le comunità urus chuyuni, che fanno del canto il loro modo per conoscere le culture diverse e accoglierle nella loro. Ho galleggiato in questa parte di Perù che conserva un fascino antico e mi sono sentito leggero e libero. Ancora una volta senza telefono, internet, prese elettriche.

 

A Taquile ci sono arrivato invece per caso, spinto dai consigli di Wilber. È un mondo a parte, un’isoletta di 7 km dove in questo periodo dell’anno, a differenza di altri mesi, i turisti si contano sulla punta delle dita. Immaginatevi un’ isoletta montagnosa dall’aspetto mediterraneo sulla quale sorge una piazza principale dalla quale a raggio si spargono sulle colline circostanti delle umili casette di un piano. Immaginate di camminare tra le viette strette dove ovviamente non esistono auto, bici, moto, carretti, monopattini. Immaginate quindi di immergervi in un presepe, popolato da curiose figure in abiti tradizionali con cappelli con pompon dai colori accesissimi che si affaccendano a portare carichi di raccolto o di artesania su e giù per i ripidi pendii; le donne per lo più lavorano il filo di lana mentre camminano, con movimenti suavi e ipnotici. All’ orizzonte, tra i campi verdi coltivati a quinoa o patate, verrete attirati da macchiette fucsia o bianche che zelanti svolgono i lavori della giornata. Questa è Taquile.

 

Un’isola fuori dal mondo, per come lo conosciamo noi, ma dentro un mondo che esiste da migliaia di anni. Gli abiti sono uguali per tutti, sembrano dei costumi come forse potremmo vederne durante celebrazioni particolari nelle nostre isole come la Sardegna e la Sicilia. Ma qua sono gli abiti di tutti i giorni e sottolineano un forte senso di appartenenza. Non si chatta in internet, ma ci si trova nella piazza al tramonto e ci si scambiano i segreti bisbigliando. Si mangia la zuppa di quinoa e si bevono infusi di erbe energetiche. Son felice di essere stato qui su queste isole, di avere avuto l’opportunità di conoscere queste comunità che conservano l’ autenticità di una cultura antica. Forse un giorno arriveranno anche qui i cambiamenti, ma spero che le bambine come Milagros continueranno a cantare canzoni aymara per accogliere i turisti che verranno a farle visita.

 

Titi Caca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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